Roma, ore 23:21, ancora con davanti la mia triste coppa di plastica che dovrebbe essere una pokè bowl ordinata dal web (risolutore di tristi e indaffarate serate), provo, come ogni volta, a fare pratica con le bacchette, cercando di scovare tra i miei ricordi di questa estate gli insegnamenti delle amiche cosmopolite.
Ci provo, non demordo, non mi arrendo alla forchetta. E, tra dieci chicchi che stanno su e trenta che vanno giù con tutto il condimento, ricordo che dieci anni fa il mio amico Mastrolia (nu lurdu de Lecce) e il mio amico del cuore Ema, raggiungevano il loro primo traguardo accademico.
Ricordo di quel giorno molte cose. Mi fu scattata una delle mie foto preferite, in quel momento sorridevo e ricordo che ero al telefono.
Ricordo…che il sorriso pian piano si ritirava, naturalmente, colpa di un baleno a ciel sereno, che sarebbe diventato temporale inesorabile in poche ore. Tutto ciò che percepivano le mie orecchie si scontrava duramente con quel momento di gioia e festa che respiravano i miei occhi lì di fronte. Tutto quell’azzurro di spensieratezza veniva inghiottito dal blob della realtà e portava nel profondo dell’oscurità quei momenti felici. Come un dissennatore che succhia via le cose belle per lasciarti soltanto pieno di profonda e irresoluta tristezza.
Ho corso, contro ogni raccomandazione che mi era stata fatta. Ho corso e ce l’ho fatta. Sveglio, lucido, stanco, infreddolito: «ma quando ce ne andiamo a casa?!», «Ora. Ora andiamo. Ti voglio bene!».
Ce l’ho fatta.
Abbiamo aspettato diverse ore. Le corsie vuote. Le poche luci accese. L’odore asettico. La notte pesante che si posava su ogni cosa. Tutto si faceva ombra, anche le nostre speranze.
E poi il buio.
Dodici ore e il buio.
Chissà nonno, chissà cosa avresti pensato oggi di quello che accade nel mondo. Chissà come avresti commentando le notizie in tv, senza perdere un episodio di Hunter. Chissà se avremmo visto ancora insieme, mano nella mano seduti sul divano, io te e la nonna, “Un posto al Sole”, e magari se ci andava bene “Franco e Ciccio”, ridendo come bambini. Chissà nonno, chissà cosa avresti pensato di questo Covid, dopo la guerra, la prigionia in Germania, chissà se ti avrebbe fatto paura sto virus del cazzo. Io forse, inconsciamente, ti avrei abbracciato lo stesso e tu, tu sicuramente lo avresti chiamato “drhu porcuddisi”.
*porcuddisi: termine salentino con cui mio nonno indicava ogni cosa, persona o animale di cui non ricordava il nome.

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